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I live di Sonda visti da voi: Massimiliano Martines

MASSIMILIANO MARTINES

Off, 01/02/2013. Main guest Il Pan del Diavolo

martines“Avevo già sentito parlare dell’Off, nell’ambito dei locali in cui si fa musica dal vivo è molto rinomato. Non avevo mai avuto l’opportunità di recarmici, neanche in qualità di utente, è una bella sorpresa conoscerlo direttamente da musicista”. Così Massimiliano Martines inizia il suo raccolto della serata come spalla de Il Pan del Diavolo, già incontrati durante un live dell’estate bolognese. “E’ stata una serata magica”, continua Massimiliano, “Lo staff del locale è stato molto disponibile e accogliente, e abbiamo riscontrato un livello di professionalità molto alto dal punto di vista tecnico. Il pubblico ha prestato attenzione alla nostra esibizione e ha manifestato grande curiosità, alcuni ci hanno contattato personalmente dopo il concerto per dimostrarci il loro apprezzamento”. Un’ottima iniziativa, secondo Martines, di quelle che fanno bene agli artisti emergenti e che secondo lui andrebbero intensificate. “Per migliorarsi credo sarebbe bene guardare anche ad altre realtà virtuose sul territorio italiano come Puglia Sounds, con cui collaboro da salentino trapiantato a Bologna, che promuove un bando volto ad aiutare gli artisti per le spese di promozione. Se anche la Regione Emilia-Romagna volesse promuovere azioni a supporto delle proprie eccellenze e promesse, investire di più su una realtà virtuosa come Sonda saprebbe dare ottimi risultati”. Brutta sorpresa però per i baristi del locale “quando hanno scoperto che la mia band era composta da bevitori di cola, tutti non fumatori… Una bestemmia per chi fa rock! Malauguratamente, io compenso per tutti!”.

“Un’ottima iniziativa, credo che con maggiori investimenti una realtà virtuosa come Sonda saprebbe dare ottimi risultati”

I live di Sonda visti da voi: Nicoletta Noè

NICOLETTA NOE’

Diagonal, 28/11/2012. Main guest Ancher

nicolettaUn incontro azzeccato quello tra la cantautrice cesenate Nicoletta Noè e il trio veneto Ancher, entrambi sul palco del Diagonal di Forlì il 28 novembre 2012. Racconta Nicoletta: “Ho scoperto la musica degli Ancher quella sera stessa, e mi sono piaciuti molto. In qualche modo li ho sentiti vicini musicalmente, e ho davvero apprezzato la loro musica. Tutte le iniziative di Sonda a cui ho avuto modo di partecipare sono state utilissime, e dare la possibilità a band emergenti di suonare in questo tipo di contesti è una grandissima iniziativa”. Una di quelle serate in cui si crea una bella atmosfera, con i gestori del locale e le band a tavola assieme per chiacchierare post-soundcheck, rovinata solo da un piccolo neo. “Conoscevo il locale ma non avevo mai avuto occasione di suonarci, e devo dire che quella sera una parte del pubblico parlava e disturbava particolarmente, una grave mancanza di rispetto verso la musica e verso i musicisti”. Tuttavia Nicoletta non si è lasciata scoraggiare perché, come dice lei stessa, “il pubblico a volte è una bestia da domare: quanto più sento parlare la gente tanto più mi viene voglia di suonare bene, rapire la loro attenzione e zittirli. Il pubblico disattento credo possa temprare me e la mia musica, fare in modo che riesca a dare sempre il meglio”. E c’è del vero in questo ragionamento, visto che dopo il live uno spettatore ha seguito Nicoletta nel privé del locale per complimentarsi e profetizzarle un futuro di successo… “Il gestore del locale, data l’intrusione, lo ha allontanato. Piccoli momenti di gloria!”.

“Mentre suono, quanto più sento parlare la gente tanto più mi viene voglia di suonare bene. Il pubblico disattento mi spinge a dare sempre il meglio di me stessa”

I live di Sonda visti da voi: Nephila

NEPHILA

Locomotiv Club, 15/03/2013. Main guest Ornaments
nephila2In un angolo i modenesi Nephila, formazione alternative rock modenese scelta da Sonda. Nell’altro i redivivi Ornaments, main guest della serata al Locomotiv Club di Bologna, uno tra i locali di musica dal vivo più importanti d’Italia. “Non eravamo mai stati al Locomotiv Club. La cosa che ci ha da subito colpito è stato il palco, molto d’impatto. Siamo rimasti piacevolmente colpiti dall’organizzazione, dalla serenità e professionalità con cui Elisa, Giovanni e Vanni hanno gestito la serata”. A parlare è Luciano, bassista dei Nephila, che racconta come la serata sia stata positiva per la risposta del pubblico (“ci ha colpito molto, anche se pochi sapevano chi fossimo molti erano lì sotto al palco a sentirci”) anche se non completamente omogenea dal punto di vista musicale: “Avevamo già sentito gli Ornaments, e alcuni di noi li avevano anche visti live. Ci collochiamo in due scene differenti e quindi non sono proprio in linea con il nostro stile, ma la ricerca di atmosfere un po’ cupe da parte entrambe le band potrebbe essere una sorta di filo conduttore. Non capita spesso a band emergenti come la nostra di calcare questo tipo palchi, e credo che quella di Sonda sia un’esperienza importante. L’unico dispiacere è che ci sarebbe piaciuto fare da spalla a una band più affine alle nostre sonorità, ma capisco anche che non sia facile organizzare il tutto, abbinamenti compresi, e siamo felici di aver avuto questa opportunità, con la speranza che si possa ripetere”.

“Non eravamo mai stati al Locomotiv Club. Siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla serenità e professionalità con cui i ragazzi del locale hanno gestito la serata”

I live di Sonda visti da voi: Bert

BERT

Covo Club, 14/12/2012. Main guest Mystery Jets

bertUn appuntamento importante per il mondo indie-addicted, quello del 14 dicembre 2012. La band: gli inglesi Mystery Jets, freschi di pubblicazione del loro ultimo “Radlands”. Il locale: il Covo Club di Bologna, da più di un quarto di secolo tappa fissa della scena indipendente internazionale. Ad aprire il concerto Sonda ha invitato Bert, leader e frontman dei Rufus Party di Reggio Emilia. “Ovviamente conoscevo il Covo e c’ero già stato, ma mai come performer”, racconta Bert, “Sinceramente prima di questo live non avevo mai sentito i Mistery Jets, ma credo che le nostre proposte, anche se non necessariamente sulla stessa linea, fossero complementari e che siano state bene assieme. Quella sera però non ho avuto modo di conoscerli perché al mio arrivo erano già tutti a cena e per il resto, prima e dopo lo show, si sono rintanati nei camerini con tanto di transenne. Addirittura, finita la mia esibizione volevo andare nel backstage per dare una copia del mio CD ai gestori, ma il manager dei Mistery Jets (padre del cantante) non voleva farmi passare e continuava a dirmi ‘after the show!’ credendo che fossi lì per farmi autografare un loro album… Ah, questi Inglesi!”. Un’esperienza comunque positiva con “molta affluenza, gente sotto al palco ed attenta, il che non è affatto scontato” e un’ottima accoglienza da parte dei gestori del locale. “L’unico dispiacere è che in queste serate sarebbe bello poter avere in loco uno stand che spieghi cos’è il progetto Sonda, e che magari venda anche il merchandise degli altri artisti coinvolti”.

“Molta affluenza, gente sotto al palco ed attenta, il che non è affatto scontato”

Intervista doppia: Gianni Maroccolo e Andrea Sologni

L’intervista doppia mette a confronto, questa volta, due bassisti. Gianni Maroccolo, membro fondatore dei Litfiba, C.S.I., P.G.R., ancora impegnato a scrivere musica e salire su un palco e Andrea “Sollo” Sologni dei Gazebo Penguins, nonché produttore e proprietario dell’Igloo Audio Factory, centro nevralgico di tante produzioni indipendenti: Giardini di Mirò, Giancarlo Frigieri, Crimea X, Fine Before You Came, solo per citarne alcuni. A loro la parola.

GIANNI MAROCCOLO
gianni-maroccoloOK

Una vita per la musica, quando ti guardi indietro, se lo fai, come vedi Gianni Maroccolo giovane?

“Mah… noto sul mio volto le mutazioni del tempo. Sento il mio fisico che arranca e che fatica sempre di più a stare al passo con la mente, ma dentro sono mosso dalle stesse passioni, dalle stesse speranze, dalla stessa indomabile curiosità di incontrare e sperimentare. Non c’è in me alcun disincanto o rimpianto. Oggi sono un po’ più saggio ma continuo a seguire il mio istinto e il mio cuore senza fare calcoli, senza accontentarmi dei piccoli successi vissuti, senza arroccarmi in certezze né vivere situazioni di comodo. Quando un progetto o una storia finisce, guardo avanti e cerco di andare oltre con la stessa incoscienza di allora”.

Hai fatto parte di alcuni dei gruppi rock più importanti della musica italiana. Come si diventa una band che lascia un segno?

“Credo abbia a che fare con le scelte personali. Non mi accontento facilmente e certi incontri credo non siano avvenuti per caso. Seppur con umiltà, ho sempre desiderato in cuor mio lasciare un piccolo segno del mio passaggio in questa vita e il mezzo per provarci è diventato “casualmente” la musica. Ho gironzolato cocciutamente alla ricerca dell’insieme e del talento e ho avuto anche un po’ di fortuna perché ogni incontro ha lasciato, almeno dal mio punto di vista, quel segno di cui parli. C’è voluto tanto lavoro, pazienza e umiltà ma soprattutto per ogni progetto d’insieme è necessario saper gestire il proprio ego. Un gruppo vive per sottrazione e sintesi. La creatività di ognuno deve essere finalizzata al progetto e non alla gratificazione personale. Credo sia un grave errore pensare che la soluzione migliore sia quella di dare il meglio di sé. Forse ho avuto la fortuna di incontrare musicisti che mi hanno aiutato a comprendere la musica nel suo insieme. Sin da ragazzo mi affascinava più l’arrangiamento di un pezzo, capire il processo creativo con cui si arrivava ad avere una composizione finale. Mi piaceva studiare le singole parti, le sonorità, le melodie e le ho sempre vissute non come “parti singole” ma come una sorta di magici pezzi di un puzzle. Ma le emozioni le vivo in modo forte ascoltando il “puzzle” nel suo insieme”.

Tu hai ispirato tanti bassisti ma quali sono state, invece, le tue ispirazioni?

“Ho iniziato a suonare il basso per caso e non credo di essere un gran bassista. Preferisco pensarmi un buon musicista, il basso, infatti, l’ho sempre usato come “mezzo” per dare note e suoni alle mie suggestioni. Non ho mai perso la testa per un bassista in particolare. Adoro una manciata di bassisti piuttosto sconosciuti ai più: J.J. Burnel, Peter Principle, Peter Hook, Mick Karn, Tina Aumont, Les Claypool, Kim Gordon. E poi due grandi bassisti/ musicisti/produttori: John Paul Jones e Rogers Waters. Grande stima per Jaco Pastorius anche se non mi piacevano i Weather Report. E poi il mito Mr. Groove: Bernard Edwards!”.

Quali sono gli equilibri all’interno di una band? Mi riferisco al fatto, per esempio, che solitamente il cantante assume un ruolo di protagonismo (nel bene e nel male) o che coppie di autori diventano preponderanti nei confronti degli altri componenti di una band.

“Ogni gruppo fa storia a sé e vive di propri equilibri e proprie alchimie. Spesso all’inizio certi “ruoli” si manifestano naturalmente sulla base di attitudini personali. Credo sia controproducente mettere in discussione ciò che, appunto, è naturale. C’è chi è maggiormente portato a scrivere testi, chi ad arrangiare, chi a smanettare sui suoni, chi a comporre armonie, o melodie e non c’è da inventarsi nulla se non lasciarsi trasportare da ciò che, di fatto, c’è. È sempre rischioso cercare di decodificare e comprendere gli elementi che creano il giusto equilibrio. Ogni volta che si fa, almeno a me è accaduto, le storie finiscono”.

Come si sopravvive, artisticamente parlando, alle mode, all’amore dei fan, all’invidia dei colleghi, alle canzoni che non vogliono girare per il verso giusto?

“Non so rispondere a questa domanda perché, davvero, ho sempre lottato per cercare di realizzare i miei sogni senza mai badare a ciò che mi girava intorno. È fondamentale comprendere bene l’epoca in cui viviamo, essere consapevoli delle mutazioni e viverle senza timori ma credo che un’artista debba riuscire a livello creativo ad essere oltre il tempo, oltre tutto. E se poi le canzoni non girano beh, meglio attendere che torni l’ispirazione invece di forzare un disco”.

Come sono nate queste canzoni: “Tziganata”, “Apapaia”, “Del mondo”, “Cupe vampe”?

“Tziganata da un giro di tastiere di Aiazzi su cui Piero iniziò subito a canticchiare quella che poi divenne la melodia del pezzo, poi arrivò il basso e successivamente il resto. Apapaia non ricordo bene ma sono certo che fu una gestazione piuttosto lenta, testo e melodia vocale arrivarono qualche tempo dopo la parte musicale. Ma credo che nessuno possa smentirmi se dico che sia valsa davvero la pena di attendere. Del mondo nacque una mattina in Bretagna da un giro di tastiere di Magnelli, lo suonò per un bel po’ ma nessuno gli andava dietro, era un bellissimo giro e avevamo paura di buttare delle note a caso. Poi dopo un po’ mi è venuto il giro di basso e a quel punto Ferretti iniziò a lavorare la melodia vocale. Il pomeriggio tornò col testo finito e noi completammo il pezzo. Su Cupe vampe c’è un vecchio aneddoto che vale la pena di essere raccontato. Cupe vampe è una delle canzoni di “Linea Gotica”, album ispirato alla resistenza e alle figure di Don Dossetti e del Comandante Diavolo. Giovanni una sera dette il testo di Cupe vampe a Francesco e gli disse che desiderava una musica molto grave e dolorosa. Rimanemmo io e lui fino a notte fonda a suonare, poi Francesco accennò il giro armonico di quella che sarebbe diventata la prima parte del pezzo, ci guardammo con soddisfazione e andammo avanti. A me venne fuori il finale in 6/8 su cui poi Giorgio mise un bellissimo solo di violino.
La mattina facemmo ascoltare la bozza a Giovanni che guardandoci ci disse piuttosto incazzato qualcosa del genere: “Se voi credete di fare un disco pop sappiate che io non sono e non canto come Baglioni“. Ci guardammo esterrefatti. Aveva appena ascoltato la musica di Cupe vampe, credo insieme a Memorie di una testa tagliata, una delle canzoni più tristi e scure dei C.S.I. Comunque sia, la si poteva definire in tutti i modi, tranne che una canzone pop. Cose che capitano in gruppi umorali come i CS.I.”.

Cosa ti ha spinto ad iniziare a suonare e a continuare?

“Credo sia stata la passione. Infanzia passata a percuotere pentole, ad ascoltare di notte ogni genere di radio e di giorno i 45 giri di mia sorella nel mangiadischi. Guardavo ogni genere di programma tv musicale e adoravo le colonne sonore degli sceneggiati di allora, sono cresciuto fondamentalmente con tre grandi passioni: il mare, la musica e il calcio che ho coltivato per anni senza nessuno scopo specifico. Vivevo in Sardegna, quindi mare bellissimo e musica ad ogni sagra o festa. Poi decisi che il mio mestiere sarebbe stato quello del marinaio e iniziai il Nautico ma la vita mi ha portato altrove e così, sempre senza rendermene conto, la musica ha preso il sopravvento sul resto. Non credo che smetterò mai di suonare (anche se in passato stava per accadere) così come non abbandonerò il mare. Un conto è fare musica, sperimentare, comporre, altra cosa è fare dischi e concerti”.

Come è cambiato negli anni, se è cambiato, il tuo rapporto con la musica?

“Non è cambiato. È qualcosa che fa parte di me. Molto semplicemente, se non amassi e vivessi la musica non sarei la persona che sono. È un rapporto molto viscerale e di rispetto, qualcosa che mi arricchisce (ahimè, purtroppo non in senso materiale), che mi aiuta a crescere, fa bene alla mia mente e al mio spirito. Suono e ascolto musica da sempre e ho imparato a scindere il “piacere della musica” da quello che ritengo il più bel mestiere che ci sia. Beh, forse accadrà che cambierò mestiere ma non smetterò di suonare e ascoltare musica”. Cosa ti colpisce quando ascolti una canzone che ti piace? “L’ insieme. E immagino che per molti sia la stessa cosa. Un approccio emotivo quindi privo di qualsiasi analisi mentale. Quando suono, riesco a estraniarmi totalmente da ciò che sto facendo e ascolto tutto l’insieme. Lo stesso accade quando ascolto una canzone. Solo dopo un po’ di tempo mi concentro sulle singole parti, sugli
arrangiamenti, i suoni, la voce e il testo”.

Qual è la canzone più bella e più brutta che tu abbia mai scritto?

“Ho la tentazione di risponderti da furbetto, qualcosa del tipo; quella che devo ancora comporre. Scherzi a parte, non saprei davvero e poi ho quasi sempre condiviso la composizione di canzoni con altri. Sono molto affezionato a Linea Gotica dei C.S.I. e a Louisiana dei Litfiba e, ad essere sincero, ritengo un pezzo non riuscito Io e Tancredi”.

I C.S.I. torneranno insieme a Giovanni Lindo Ferretti?

“I C.S.I. non hanno ragione di esistere senza Giovanni. Così come cessarono di esistere quando se ne andò Zamboni nel ‘98, e questo vale per tutti. I C.S.I. sono un’ insieme che per vivere necessita di tutti e cinque, e se uno di noi non c’è, non ci sono i C.S.I. Se ti riferisci al periodo in cui ci siamo ritrovati e abbiamo chiesto ad Angela Baraldi di cantare le “nostre” vecchie canzoni beh, credo sia improprio parlare di C.S.I. Cosa accadrà in futuro non lo so davvero. Navigo a vista, felice di avere con Francesco, Ginevra, Giorgio, Giovanni e Massimo, un vero rapporto di affetto e sana amicizia. La domanda giusta da farsi forse sarebbe: torneranno mai insieme i C.S.I.? E la mia risposta rimane quella di sempre: non lo so. Se ciò potesse accadere non mi tirerei di certo indietro ma possibilmente per produrre nuove parole e nuove note”.

Cosa è stato il C.P.I.?

“Una bellissima esperienza di musica e cultura condivisa. Incoscienti, visionari e poco avvezzi al music business, provammo a creare una vera e propria Factory all’interno della quale operavano creativamente due strutture produttive: Sonica a Firenze e I Dischi del Mulo a Reggio Emilia. Un tentativo di far circolare nuova musica, giovani talenti e al tempo stesso di creare progetti condivisi come ad esempio Materiale Resistente, il tributo a Robert Wyatt, Il Maciste e i raduni (che tu Andrea ben conosci!). Nel giro di poco tempo il C.P.I. divenne un piccolo punto di riferimento per creativi e artisti di ogni tipo, grafici, pittori, scrittori, videomakers, tecnici del suono, produttori, da noi c’era la possibilità di sperimentare e di crescere. E la Factory si trasformò velocemente in una ’big family‘. Sicuramente uno dei progetti più belli e importanti della mia vita”.

Quale eredità lasceranno i Litfiba e i C.S.I.?

“Non lo so davvero. E forse non credo spetti a me dirlo”.

Qual è il tuo consiglio per un giovane che vuole fare musica nel 2015?
“Capire al più presto se si è disponibili a fare della musica una scelta di vita. Dopodichè, non potrebbe essere altrimenti, ognuno troverà il suo percorso e il proprio spazio. Fare musica è una cosa, ricercare successo, ricchezza, fama è tutt’ altra storia”.

Cosa succederà alla musica nei prossimi anni?

“Continueremo a suonare, a produrre musica, ad ascoltarla. Le mutazioni epocali (come quella che stiamo vivendo) condizionano il mercato, la tecnologia, ma di fatto, e da sempre è così, nessun fenomeno sarà in grado di ’eliminare‘ la musica dalle nostre vite. A differenza di noi, la musica è, e sempre sarà, eterna. E ritengo ininfluente sapere se ce ne ’ciberemo‘ attraverso un lettore, un telefonino, un chip, o un giradischi”.

ANDREA SOLOGNI

sologni

Cosa ti ha fatto avvicinare alla musica?

“Mi sono avvicinato alla musica con l’hip hop, a 14 anni. Mi sono messo a produrre le mie prime basi con un Akai 950 e il primo cubase, che mi è servito tantissimo per il mio lavoro di adesso. Da allora ho deciso che prima che un musicista volevo essere un bravo tecnico del suono”.

Come mai hai scelto di suonare il basso, e quali sono i musicisti a cui ti ispiri?

“Ho imparato a suonare il basso per necessità, perché io e Capra volevamo fare un trio che poi sono diventati i Gazebo Penguins. Non credo di avere dei musicisti a cui mi ispiro, traggo ispirazione più da certi produttori e produzioni. Anche se un bassista che mi fa impazzire adesso è Joshua Abrams”.

È cambiato il tuo rapporto con la musica, rispetto a quando con i Gazebo Penguins non eravate famosi?

“Non ritengo assolutamente di poterci definire famosi! Abbiamo sempre fatto quello che volevamo fare e ci è ‘andata bene’, abbiamo potuto suonare tantissimo in giro e vivere tante belle situazioni. I musicisti ‘famosi’ fanno solo quello, noi abbiamo tutti un altro lavoro. Suonare rimane la nostra passione più grande, continueremo a farlo anche se non ci fosse un ritorno di notorietà”.

Come è nato l’Igloo Audio Factory? E come mai questo nome?

“È nato per la necessità di avere un posto dove poter produrre quello che desidero quando voglio e come voglio, oltre a registrare e mixare chiunque abbia bisogno. Prima di avere questo posto, con i Penguins e i Valerian Swing provavamo in un vecchio casolare dove ogni 4 mesi organizzavamo delle serate live chiamate ‘Igloo’. Una volta dismesso quel posto causa terremoto, ho deciso di tenere il nome come ricordo”.

Raccontaci un po’ come affronti il lavoro in studio con una band o un solista.

“Se accetto di lavorare a una produzione è fondamentale il lavoro pre-studio: sentire le bozze, le prove, dare una direzione al lavoro. Ascolto sempre le opinioni e i pareri di tutti, anche se su certe cose come i suoni o gli ambienti non transigo molto, per la buona riuscita del disco. Per gli arrangiamenti mi piace coinvolgere a pieno chi sceglie di lavorare con me, mentre si fa un disco bisogna pure sempre ricordare che tutti si devono anche divertire”.

Qual è la funzione degli studi di registrazione professionali come il tuo, ora che quasi chiunque può registrare con un computer e qualche software?

“La loro funzione è quella di sempre: garantire che la musica possa trasmettersi nel miglior modo possibile, con messaggi sonori ben precisi. Una produzione in uno studio è fondamentale per far si che le cose non suonino tutte uguali, che ci sia creatività nel fare un disco, che ricordiamolo è un prodotto di arte e creatività. Negli studi si può sperimentare con strumenti che a casa non si hanno, le idee possono centuplicarsi e trovare i mezzi giusti per incanalarsi”.

Cosa ti colpisce quando ascolti una canzone o un artista che ti piace?

“Mi colpisce la canzone in sé, se mi trasmette un’emozione appena faccio play. Ascolto se la voce è particolare, se ha senso assieme al resto, mentre se è strumentale mi devono colpire i suoni, l’ambiente. L’unico metro di giudizio di un artista, oltre alla validità del progetto in sè, è la serietà. La voglia di fare qualcosa senza la paura di doversi poi fare il mazzo per portarlo in giro. E anche un po’ di umiltà non guasta”.

Domanda aperta, diciamo: dal momento che vivi la scena sia come bassista di una band che come produttore, qual è lo “stato di salute” della musica indipendente in Italia?

“Ritengo che la facilità con cui ora chiunque possa fare musica abbia dato a chi ha veramente talento i mezzi per esprimersi, anche se genera una quantità enorme di cose fatte tanto per fare, che distraggono dalle poche cose realmente interessanti. In generale però l’età con cui un musicista può iniziare a farsi sentire a livello semi professionale si sta abbassando, ed è un gran bene”.

Un consiglio per un musicista emergente che vuole fare musica nel 2015?

“Di tenersi aperte tutte le possibilità, come può essere un lavoro part time ad esempio. Io mentre lavoravo per mettere in piedi lo studio e con i Penguins portavo in giro ‘Legna’, oltre a fare il fonico dal vivo per varie band lavoravo anche come proiezionista al cinema di Correggio. Per 3 anni non ho avuto vita sociale, ma ciò mi ha consentito di investire in quello in cui credevo. Bisogna essere sinceri e ammettere che prima che la musica diventi un lavoro possono volerci tempo e sacrifici”.

I live di Sonda visti da voi: The Talking Bugs

THE TALKING BUGS

Covo Club 18/04/2015. Main guest The Once

Talking_Bugs_OK“L’iniziativa è lodevole. La band emergente può raccontare di aver suonato in un bel locale aprendo a qualche artista noto. I gestori del locale hanno un riempitivo per fare l’ora di far suonare quelli bravi. Se va bene portano anche gli amici paganti che spendono in birra e drink al bar del locale. Non costano nulla se non una pizza da asporto, qualche consumazione e un sommario soundcheck”. A sentirli commentare così potrebbe sembrare che l’esperienza con le aperture di Sonda – o meglio di qualsiasi live in apertura a un artista già noto – non sia andata molto a genio ai The Talking Bugs, formazione indie folk bolognese nata nel 2011 e con all’attivo un album, “ViewOfAnonsense”, pubblicato nel 2013 via Urtovox. Eppure rimane il sospetto che ci sia un velo di ironia nelle loro parole, anche perché la data selezionata era di tutto rispetto: il live dei The Once, band canadese dalle sonorità folk, sul palco del Covo Club di Bologna. “Nessuno di noi li conosceva ma prima del concerto abbiamo ascoltato qualche cosa”, raccontano, “Niente male. Gli stili sono compatibili per utilizzo di sonorità acustiche, ma alquanto diversi per composizione e atmosfere. The Once propongono un folk di estrazione americana arioso, amabile, mansueto. Il nostro stile trova spunti melodici e ritmici più transeuropei, e le atmosfere sono più malinconiche e tormentate”. Seppure solo in funzione di “riempitivo” prima di “quelli bravi” (come si diceva qualche riga più su, no?) evidentemente i The Talking Bugs possono comunque dire di aver colpito il pubblico presente nel locale, anche se il loro è sicuramente un metro di giudizio alquanto singolare: “Noi non facciamo ballare o saltare. Ci sono attimi sospesi nelle nostre canzoni in cui il suono sparisce. Quando in quegli istanti non rimane niente altro che il silenzio e occhi che guardano, allora sappiamo che abbiamo conquistato il pubblico. Così è stato quella sera”.

I live di Sonda visti da voi: On March

ON MARCH

Off 18/04/2015. Main guest Cristina Donà

on_march_OK“Mi chiamo Davide, ho 19 anni e vivo a Bastiglia, un paesino a circa 8 km fuori Modena e da quando ho 12 anni ho la passione per la musica”. È quasi disarmante la semplicità con cui si presenta On March, al secolo Davide Pelliciari, una schiettezza priva di pose e fronzoli da “artista” che traspare anche nel suo modo di suonare e mettersi davanti alla telecamera (tanti i video sulla sua pagina Facebook) e che sicuramente si sarà percepita anche nella sua esibizione all’Off di Modena. Headliner della serata era Cristina Donà, cantautrice di lungo corso della scena indipendente, per la verità (forse complice la differenza anagrafica) quasi sconosciuta per il giovanissimo modenese: “Conoscevo Cristina Donà da appena qualche mese perché ero capitato su alcuni suoi video su YouTube”, confessa Davide, “Quando mi è stato proposto di aprire il suo concerto ero felicissimo, finalmente avrei avuto la possibilità di farmi conoscere da un pubblico diverso da quello dei pub. Mi sono trovato molto a mio agio “L’iniziativa è lodevole. La band emergente può raccontare di aver suonato in un bel locale aprendo a qualche artista noto. I gestori del locale hanno un riempitivo per fare l’ora di far suonare quelli bravi. Se va bene portano anche gli amici paganti che spendono in birra e drink al bar del locale. Non costano nulla se non una suonare prima di lei, è abbastanza in stile con il mio genere, anche se non cantiamo nella stessa lingua”. Una vera emozione trovarsi davanti a un locale gremito e attento a quello che succede sul palco, diverso dagli avventori dei pub spesso intenti a bere birra e chiacchierare tra di loro, tagliando le possibilità di interazione con il pubblico. “Davanti al pubblico dell’Off sentivo il bisogno di spiegare i miei pezzi, alla fine del concerto ho spiegato cosa volesse significare per me quell’ultima canzone e poi, da stupido, ho detto: ‘è stato un piacere suonare qui, e visto il numero di persone che ho davanti Cristina Donà dev’essere proprio brava!’. Il pubblico ha riso, ma quello che avrei voluto dire in realtà era quanto fosse meraviglioso che un’artista fenomenale come Cristina Donà avesse un pubblico così davanti a sé. Mi è uscita male, ero super emozionato”. Beh, più sinceri di così, si muore..!

I live di Sonda visti da voi: La Foto di Zeno

LA FOTO DI ZENO

Locomotiv Club 23/11/2014. Main guest Califone

IMG_3521p-copia“Menestrelli nordici assolutamente privi di look”: così sono stati defi niti, e amano ricordarlo, i carpigiani La Foto di Zeno, band che dalla sua nascita quasi dieci anni fa ha percorso parecchia strada e cambiato altrettante formazioni. Trio agli albori, poi sestetto, quintetto e ad ora quartetto, come ironicamente ci confidano oggi sono “padri di famiglia in sovrappeso ma ancora assolutamente privi di look”, non cantano più in italiano ma bensì in inglese, e nel 2012 hanno autoprodotto l’esordio “Redistance”, registrato all’Igloo Audio Factory di Correggio e supportato graficamente dall’estro di Gara di Nervi a.k.a. Robert Rebotti 2007. Data la loro predilezione per le atmosfere malinconiche dei mari del nord, l’occasione ghiotta per buttarli sul palco del Locomotiv di Bologna è arrivata con il live degli statunitensi Califone: “Li conosciamo bene e aprire il loro live è stato un grandissimo onore, onestamente ci è sembrato di non aver stonato con le loro atmosfere, mentre in altre occasioni ci siamo sentiti come cavoli a merenda. Oltretutto il Locomotiv è un locale di culto quindi non potevamo chiedere di meglio”. Esperienza positiva quindi per i La Foto di Zeno, che non erano comunque alla prima esperienza come opener di un live di livello, avendo già diviso il palco di un piccolo teatro modenese con i Balmorhea. Occasioni che non capitano però tutti i giorni, esattamente come non capita tutti i giorni di ritrovarsi un fonico dall’orecchio assoluto. “Durante il soundcheck”, racconta la band, “Il fonico del Locomotiv si è avvicinato al palco, si è fermato e fi ssando una spia ha detto: ‘Larsen! Violoncello, dammi un FA# della terza, siamo tra i 170 e i 190’. Abbiamo pensato che fosse una ‘tarapia tapioco’ e invece no, quel fonico era semplicemente un fenomeno. Caro fonico, se stai leggendo, grazie ancora e complimenti!”.

I live di Sonda visti da voi: Kairoi

KAIROI

Diagonal Loft Club 4/3/2015. Main guest Helmut

I Kaïroï sono un duo molto particolare (elettronica miscelata ad un approccio classico e mille influenze) che ha fatto da spalla a un artista particolare, il tedesco Helmut. Per il duo è stata la prima volta al Diagonal: “Non conoscevamo affatto il club di Forlì ed è stata una splendida scoperta. Locale bellissimo, accogliente e ben predisposto a ospitare musica dal vivo”. Un incontro tra Italia/Francia (i due Paesi di provenienza dei Kaïroï) e la Germania: “Helmut lo abbiamo ascoltato per la prima volta quando abbiamo scoperto di dover aprire un suo concerto. È un solista che gioca con chitarre, loop machine ed effettistica. Come approccio e intenzione ci assomigliamo, solo che lui usa strumenti analogici, mentre noi prettamente digitali”, aggiungendo anche uno spassionato parere sulle persone che gestiscono il Diagonal: “Il gestore e tutta la crew del club sono stati splendidi, accoglienza da serie A, disponibilità e cortesia massima. Quando suoni in un posto in cui già ti trattano da musicista, è tutta un’altra storia. Anche con Helmut, ragazzo berlinese molto umile e simpatico, è stato alquanto piacevole. Sentir parlare della sua città da un berlinese, non è un’esperienza che ti capita tutti i giorni. Berlino, almeno per noi, è una di quelle città che immagini al top per la musica, almeno così è dai racconti di amici che sono andati a vivere lì. Sentirne parlare da un nativo ha tutto un altro gusto, anche se magari ti smonta qualche ideale che ti eri costruito sui racconti di altri”. Insomma una serata che nonostante il maltempo ha registrato il pubblico delle grandi occasioni: “Noi siamo rimasti molto soddisfatti. Il Diagonal è fondamentalmente un locale stile pub, con tavolini e sedie, non c’è una pista dove la gente può rimanere in piedi sotto a un palco. Però il pubblico era ugualmente attento e curioso ad ascoltare e capire ciò che proponevamo. Senza lesinare applausi e consensi, assieme agli ormai immancabili post live sulle loro pagine Facebook e Instagram. Anche se fuori pioveva a dirotto, dentro c’era il pienone”. Un’iniziativa che i Kaïroï hanno promosso a pieni voti: “Pensiamo che sia un’idea molto importante. Il confronto con altri musicisti, specie se di un Paese diverso, addetti ai lavori e pubblico, è la miglior sala prove per una band. Nelle cantine a provare ci passi la maggior parte del tempo, studi il tuo suono, i tuoi giri, le tue melodie ma il confronto ti forma. L’ascolto degli altri, le storie, gli applausi e anche le smorfie, sono la spinta che ti aiuta a crescere e a capire ciò che vuoi comunicare”. Una serata che sarà ricordata anche per il preconcerto: “Il Diagonal ha offerto una cena a base di prodotti tipici emiliani romagnoli e ci viene ancora in mente che Helmut era estasiato a ogni boccone di mortadella o di formaggio”. Il cibo è cultura, dicono, per noi di Sonda lo è anche la musica.

I live di Sonda visti da voi: Freddie B

FREDDIE B

Off 7/11/2014. Main guest Ghemon

freddie-bOKL’hip hop con il suo carico di rap è stato il protagonista di una serata all’Off con Ghemon e una spalla bolognese che si muove negli anfratti di un mondo in rima, che si fa chiamare Freddie B. L’artista petroniano si era già esibito sul palco del club modenese: “Conoscevo l’Off ci avevo già suonato con il mio vecchio gruppo alcuni anni fa in apertura agli Uochi Tochi” e ovviamente conosceva le gesta artistiche di Ghemon: “Sì, lo conoscevo già. Diciamo che abbiamo le stesse radici, poi nell’ultimo periodo Ghemon ha iniziato a comporre canzoni con un altro stile più tranquillo, più soul. Un bello stile”. Conoscendo già il locale e le persone che lo gestiscono Freddie B sapeva dell’accoglienza che avrebbe trovato: “Sono stati tutti molto attenti alle nostre esigenze e molto alla mano. Mi è piaciuto esibirmi all’Off e ci tornerei sempre volentieri”. Però quando c’è di mezzo il rap, spesso e volentieri, ci possono essere delle sorprese, sul palco e in mezzo al pubblico: “Sapendo che Ghemon è su una scia più tranquilla, avevo un po’ di timore che la platea non capisse e non apprezzasse la mia musica. Invece il riscontro è stato positivo sia all’Off sia su Facebook”. Freddie B, iscritto da tempo al progetto Sonda, ha voluto esprimere il suo parere anche sulla possibilità offerta agli iscritti di aprire alcuni concerti: “Sicuramente è un’opportunità che si dà agli emergenti. Infatti è un peccato vedere artisti di fama non ’utilizzare‘ le nuove leve. Queste situazioni possono dare l’opportunità di essere visti e di dimostrare il proprio valore. Essendo un periodo di povertà per la nuova musica, queste occasioni sono sempre ben accette. Oggi se vuoi suonare devi essere una cover band, perché chi fa musica originale ha sempre più difficoltà a esibirsi”. Una serata memorabile che sarà ricordata da Freddie B e dalla sua crew anche per un aneddoto: “Sicuramente la ’qualità‘ della cena, che si è trasformata in una bella vicenda da ricordare, ridendoci anche su”. Musica e cibo, un connubio, a volte, quasi perfetto.